“Legami alle comete, come alle code dei cavalli, trascinami, squarciandomi sulle punte delle stelle.”. Vladimir Vladimirovič Majakovskij
Inflazione e costo della vita, i docenti chiedono un “coefficiente di sostenibilità”
CNDDU propone una compensazione economica legata alla sede di servizio per contrastare l’erosione del potere d’acquisto nelle grandi città
L’accelerazione dell’inflazione sta erodendo in modo significativo il reddito reale del personale docente, soprattutto nelle grandi città del Centro-Nord, dove i costi di abitazione, mobilità e servizi incidono in misura crescente sul bilancio familiare. A lanciare l’allarme è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che chiede al Governo e al Ministero dell’Istruzione di intervenire con misure strutturali per garantire la sostenibilità economica della professione nei territori a più alto costo della vita.
Secondo le stime preliminari relative ad agosto 2026, l’inflazione nazionale si attesta al 3,3%, mentre i prodotti ad alta frequenza d’acquisto registrano un incremento del 4,3%. Per il CNDDU, questi numeri impongono di valutare la condizione economica dei lavoratori non solo attraverso la retribuzione nominale, ma considerando il potere d’acquisto effettivo nel territorio in cui la prestazione viene svolta. «Per una parte del personale docente l’impoverimento non costituisce più soltanto un rischio prospettico», scrive il presidente del CNDDU, prof. Romano Pesavento. «Nelle città a maggiore pressione abitativa del Centro-Nord è già in atto un processo di progressiva contrazione del reddito realmente disponibile, particolarmente evidente per chi presta servizio lontano dalla propria residenza e deve sostenere autonomamente i costi dell’alloggio e degli spostamenti».
Milano rappresenta uno dei casi più significativi. L’uniformità nazionale della struttura retributiva si scontra con costi territoriali profondamente differenti: una medesima retribuzione nominale può tradursi in capacità di spesa sensibilmente diverse a seconda della sede di servizio, soprattutto quando il canone di locazione assorbe una quota rilevante dello stipendio. Il fenomeno assume una rilevanza che supera la dimensione individuale. Quando la permanenza in una sede diventa economicamente difficilmente sostenibile, aumentano il pendolarismo e la propensione alla mobilità, mentre diventa più complesso consolidare gli organici. Il differenziale territoriale del costo della vita può così trasformarsi in un fattore di instabilità del personale e incidere sulla continuità dell’insegnamento.
Il Coordinamento ritiene che una questione strutturale non possa essere affrontata mediante bonus occasionali o misure emergenziali. Occorre invece una politica economica capace di intervenire sul reddito reale senza regionalizzare gli stipendi e senza introdurre automatismi di indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione locale. In questa prospettiva, il CNDDU propone l’introduzione di un coefficiente nazionale di sostenibilità economica della sede di servizio, determinato mediante indicatori pubblici, uniformi e periodicamente aggiornati, che mettano in relazione la retribuzione netta con l’incidenza dei costi dell’abitazione e della mobilità nel territorio di assegnazione. Al superamento di una soglia nazionale di sostenibilità dovrebbe essere riconosciuta una compensazione economica collegata alla sede di servizio, distinta dalla retribuzione tabellare e periodicamente rideterminata. Il beneficio sarebbe riconosciuto esclusivamente finché persistano le condizioni economiche che ne giustificano l’applicazione. In questo modo verrebbe preservata l’unitarietà della struttura retributiva nazionale, intervenendo soltanto dove sia oggettivamente accertata una rilevante erosione territoriale del reddito reale.
La compensazione monetaria, tuttavia, non può rappresentare l’unico intervento. Nelle città caratterizzate da un’offerta abitativa insufficiente, l’immissione di maggiore capacità di spesa rischia di essere almeno parzialmente assorbita dalla dinamica dei canoni. Per questa ragione la politica retributiva dovrebbe procedere insieme a una politica dell’abitare, attraverso l’incremento dell’offerta di alloggi a canone sostenibile e la ricognizione del patrimonio immobiliare pubblico disponibile da destinare, secondo criteri trasparenti, anche al personale scolastico che presta servizio lontano dalla propria residenza. Si configurerebbe così un intervento su due versanti: compensare lo squilibrio del reddito reale nel breve periodo e ridurre strutturalmente una delle principali cause che lo determinano. Non si tratterebbe di attribuire un valore economico diverso alla funzione docente nelle diverse aree del Paese, ma di neutralizzare, entro parametri verificabili, gli effetti di costi territoriali eccezionalmente elevati sulla possibilità di permanere nella sede di servizio.
La sostenibilità economica della professione docente deve essere considerata anche come una componente della programmazione del sistema scolastico. Se il costo necessario per abitare e lavorare in determinate città diventa incompatibile con la retribuzione disponibile, il problema non riguarda più soltanto il bilancio personale del docente, ma il reclutamento, la mobilità, la stabilità degli organici e la continuità del servizio. «L’impoverimento del personale docente nelle città ad alto costo richiede pertanto una risposta economica stabile, misurabile e verificabile», conclude Pesavento. «Intervenire oggi sul rapporto tra retribuzione reale, costo della sede e accesso all’abitazione significa prevenire domani una difficoltà strutturale della scuola nel garantire la presenza stabile dei propri docenti proprio nei territori nei quali il costo della vita rende più difficile esercitare la professione».



