Studentessa aggredita a Sulmona diventa caso nazionale

La ragazza 16enne con disabilità e' stata vessata da due coetanee mentre altri la riprendevano col cellulare. CNDDU chiede di fare piena luce sull'episodio

Studentessa aggredita a Sulmona diventa caso nazionale

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) è intervenuto sul grave episodio riportato dalla stampa che avrebbe coinvolto a Sulmona una studentessa sedicenne con disabilità, aggredita da due coetanee alla presenza di altri giovani, mentre qualcuno riprendeva la scena con un telefono cellulare. Secondo quanto finora emerso, alcuni filmati dell’accaduto sarebbero successivamente giunti, tramite WhatsApp, a un insegnante di sostegno, che avrebbe ritenuto opportuno consegnarli spontaneamente ai Carabinieri. Sono in corso gli accertamenti necessari a ricostruire con precisione la dinamica dell’episodio, le responsabilità delle persone coinvolte e le circostanze nelle quali le immagini sarebbero state realizzate ed eventualmente diffuse.

In questa fase, il CNDDU sottolinea la necessità di attenersi ai fatti accertati dalle autorità competenti, evitando interpretazioni anticipate, esposizioni improprie della minore e qualsiasi circolazione ulteriore di immagini che possa renderla riconoscibile. La particolare vulnerabilità della studentessa impone una cautela ancora maggiore, sia nella comunicazione pubblica sia nell’utilizzo dei contenuti digitali collegati alla vicenda.

Al di là degli esiti delle indagini, quanto riportato solleva una questione educativa che riguarda direttamente la scuola e, più in generale, gli adulti chiamati ad accompagnare gli adolescenti nella costruzione di comportamenti responsabili. La presenza di un telefono durante un episodio di violenza modifica infatti la natura stessa di ciò che accade. L’aggressione non rimane circoscritta al luogo e al momento in cui si verifica, ma può proseguire attraverso la registrazione, la condivisione e la permanenza delle immagini negli ambienti digitali, ampliando le conseguenze per la persona coinvolta.

È proprio su questo passaggio che occorre concentrare l’attenzione educativa. Di fronte a una situazione di sopraffazione, la scelta di riprendere ciò che sta accadendo invece di cercare aiuto o rivolgersi tempestivamente a un adulto non può essere considerata un comportamento privo di conseguenze. Allo stesso modo, ricevere un filmato di questo genere comporta la necessità di comprenderne la delicatezza e di evitare che esso diventi materiale di scambio nelle chat o nei social network.

In tale prospettiva assume particolare rilievo, qualora la ricostruzione venga confermata, la decisione dell’insegnante di sostegno di affidare i video ricevuti alle autorità. Il comportamento dell’adulto, in circostanze simili, ha anche una funzione educativa: interrompere la circolazione del contenuto, sottrarlo alla logica della condivisione e consegnarlo a chi è istituzionalmente competente per gli accertamenti significa ricondurre un materiale potenzialmente lesivo entro un percorso corretto di responsabilità.

La scuola è chiamata a lavorare con continuità proprio sulla comprensione delle conseguenze delle azioni compiute negli ambienti digitali. La legge 29 maggio 2017, n. 71, come modificata dalla legge 17 maggio 2024, n. 70, ha rafforzato gli strumenti di prevenzione e contrasto del bullismo e del cyberbullismo, attribuendo alle istituzioni scolastiche compiti specifici nella predisposizione di strumenti organizzativi, nelle attività educative e nel coinvolgimento della comunità scolastica. Il quadro normativo richiama quindi una responsabilità che non può essere limitata all’intervento successivo all’episodio, ma deve tradursi in un’azione preventiva stabile.

La prevenzione, tuttavia, diventa efficace soltanto quando riesce a incidere sui comportamenti concreti. Gli studenti devono sapere come agire quando assistono a un’aggressione, a chi rivolgersi e perché la condivisione di un video può aggravare le conseguenze di quanto già avvenuto. È necessario che la richiesta di aiuto venga riconosciuta come una forma di responsabilità e non venga confusa con una violazione delle dinamiche del gruppo dei pari.

La presenza di una studentessa con disabilità richiede inoltre un’attenzione specifica alla qualità effettiva dell’inclusione scolastica e sociale. La legge 5 febbraio 1992, n. 104, insieme alla successiva evoluzione normativa in materia di inclusione, individua nella piena partecipazione alla vita scolastica uno degli elementi essenziali del percorso formativo degli studenti con disabilità. Tale principio presuppone ambienti nei quali la persona possa sentirsi tutelata, riconosciuta e nelle condizioni di rivolgersi con fiducia agli adulti di riferimento.

Quanto accaduto, se confermato nei termini riportati, deve quindi indurre le comunità scolastiche a interrogarsi non soltanto sull’atto violento, ma anche sui comportamenti che possono accompagnarlo, amplificarlo o interromperlo. La disponibilità immediata di uno smartphone rende oggi particolarmente sottile il confine tra essere presenti a un episodio e contribuire alla sua ulteriore esposizione.

Per questa ragione il CNDDU ritiene opportuno che nelle scuole il tema venga affrontato senza ricorrere a iniziative episodiche o esclusivamente reattive. È necessario costruire nel tempo una consapevolezza capace di orientare le decisioni degli studenti nel momento in cui si trovano davanti a una situazione concreta: non alimentare la diffusione delle immagini, rivolgersi a un adulto, segnalare tempestivamente quanto sta accadendo e proteggere la persona esposta.

La vicenda di Sulmona richiama infine la responsabilità degli adulti. Famiglie, scuola e istituzioni educative sono chiamate a fornire ai più giovani criteri chiari per comprendere che gli strumenti digitali non attenuano il peso delle azioni, ma possono estenderne considerevolmente gli effetti. Il CNDDU auspica che sulla vicenda sia fatta piena chiarezza dagli organi competenti e che alla studentessa e alla sua famiglia siano garantite riservatezza e adeguata tutela. Nel frattempo, la risposta più seria che il mondo della scuola può offrire è continuare a costruire contesti nei quali nessuno consideri normale assistere passivamente alla sopraffazione di un coetaneo e nei quali l’uso di uno smartphone sia sempre accompagnato dalla consapevolezza delle conseguenze che una registrazione e la sua diffusione possono produrre.