“Legami alle comete, come alle code dei cavalli, trascinami, squarciandomi sulle punte delle stelle.”. Vladimir Vladimirovič Majakovskij
Perdonanza Celestiniana 2026. Il discorso del Sindaco Biondi
Nel discorso di apertura, il richiamo alla pace tra Assisi e L’Aquila, il decennale di Amatrice e l’invito a “mai più la guerra”
Di seguito il discorso del sindaco dell'Aquila, Guido Biondi, in occasione della cerimonia di accensione del Tripode della Pace per la Perdonanza Celestiniana 2026
DISCORSO APERTURA PERDONANZA 2026
"Care cittadine e cari cittadini, autorità tutte e gentili ospiti,
L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026 si arricchisce della cerimonia di accensione del Tripode della Pace, che segna l’inizio della Perdonanza celestiniana.
Il Fuoco del Morrone - che resterà acceso sino ai vespri del 29 agosto, evoca l’affettuosa devozione degli aquilani verso Papa Celestino V: un rito moderno che entra di diritto a far parte di quei valori, sostanza dell’identità e della storia della nostra città e del nostro territorio.
Nel rivolgere il ricordo mai sopito e un pensiero di affetto per le 309 vittime del 2009, cuore della rinascita dell’Aquila, non possiamo non elevare una preghiera per chi ha perso la vita nel terremoto del Centro Italia (più noto come il terremoto di Amatrice), del quale domani ricorre il decennale.
Quest’anno il Fuoco del Morrone arde anche in memoria delle vittime del sisma di Amatrice con l’augurio che la sua luce riaccenda la speranza lì dove sembra svanita e la renda più forte là dove resiste.
Il gesto laico, quale espressione della Municipalità, di accensione del Tripode - che esalta l’indulgenza d’agosto, concessione per la pace che lo stesso Celestino V ristabilì tra le fazioni cittadine - è carico di quelle tematiche celestiniane tanto profonde quanto determinanti nella sua epoca e ancora di più in questi tempi complicati.
Cantore della Pace, Francesco d’Assisi - del quale quest’anno viene celebrato l’ottavo centenario della sua morte anche all’Aquila - durante la quinta crociata, si recò sino in Egitto alla ricerca di un possibile dialogo che potesse condurre alla pace tra cristiani e musulmani.
Armato solo della fede, attraversò la linea del fronte, per incontrare nell’accampamento musulmano, il sultano Malik Al-Kamil che, non solo lo accolse con rispetto, ma si intrattenne a parlare con lui di religione e di pace, per poi lasciarlo tornare, munito di lasciapassare, verso le linee controllate dai crociati.
Questo avvenimento è stato consegnato alla storia come il più importante incontro tra il mondo cristiano e quello islamico, tanto da essere ricordato nell'undicesima delle ventotto scene del ciclo di affreschi delle Storie di san Francesco, attribuite a Giotto, che possiamo ammirare nella Basilica superiore di Assisi.
Assisi, città alla quale lo scorso anno è stato attribuito il Premio del Perdono, per l’impegno della sua comunità nella costruzione della pace.
Due comunità Assisi e L’Aquila che - guidate dalle rispettive istituzioni religiose e laiche - si sono riconosciute e trovate per esplorare insieme un percorso di crescita nella certezza di incontrare e accogliere nel loro cammino altre realtà comunitarie, perché ognuno può contribuire, nel proprio piccolo, alla costruzione della pace.
Il nostro Celestino rappresenta la coscienza militante della pace in un mondo inquieto, in cui la strategia bellica prevede anche la distruzione dei centri urbani, fatto questo che ci ripota alla mente decisioni devastanti del Novecento.
Credo che dovremmo rileggere tutti il discorso che Giorgio La Pira tenne a Ginevra in occasione del comitato internazionale della Croce Rossa sul Valore della città, a perpetua memoria di quanto accadde a Hiroshima e Nagasaki.
“Tutti si chiedono: gli Stati hanno il diritto di distruggere le città? La risposta secondo noi deve essere negativa! Le generazioni attuali non hanno il diritto di distruggere una ricchezza che è stata loro affidata in vista delle generazioni future!”, affermava La Pira, ribadendo il diritto delle città a sopravvivere e quindi il dovere degli amministratori di operare per la pace.
“Mai più la guerra”, esortava anche Paolo VI nel suo storico discorso alle Nazioni Unite il 4 ottobre 1965, proprio nel giorno dedicato a San Francesco.
“Mai più la guerra” esclama Leone XIV citando Papa Montini, manifestando così la sua idea del ruolo della Chiesa rispetto agli attuali conflitti.
Sua Santità descrive la Chiesa come un grande popolo a servizio della riconciliazione e della pace, che avanza senza tentennamenti, aggiungendo che il contrasto fra tenebre e luce non è soltanto un’immagine biblica, è una esortazione a credere nella speranza, perché la pace ha il respiro dell’eterno.
Ma c’è differenza tra la speranza laica e quella della Chiesa, quella di Celestino?
La speranza per la Chiesa è una virtù teologica fondata sulla promessa e sulla grazia di Dio e orientata alla vita eterna, capace di sperare contro ogni speranza terrena.
La speranza laica è un’attesa immanente radicata nella ragione, è frutto dell’esperienza dell’uomo e della donna, si definisce nel tempo storico, mira al progresso sociale, alla giustizia, alla libertà, alla dignità, la pace, in questo caso, ha il respiro della mediazione, della diplomazia.
Come uomo di fede non posso che credere che la Pace abbia il respiro dell’Eterno, ma come uomo dell’amministrare ho l’obbligo di impegnarmi affinché la Pace abbia il respiro della mediazione.
E, come aquilano mi fa piacere condividere con voi le parole che Ignazio Silone fa dire a Papa Celestino V a chi gli chiedeva di benedire i soldati in partenza per la guerra: “Ve lo ripeto una volta per sempre: non posso benedire alcuna impresa di guerra. Col segno della Croce e i nomi della Trinità, si può benedire il pane, la minestra, l’olio, l’acqua, il vino, se volete anche gli strumenti da lavoro, l’aratro, la zappa del contadino, la pialla del falegname, non le armi. Se avete bisogno di un rito propiziatorio, cercatevi qualcuno che lo faccia nel nome di Satana”.



