“Legami alle comete, come alle code dei cavalli, trascinami, squarciandomi sulle punte delle stelle.”. Vladimir Vladimirovič Majakovskij
Balneari, cade il 'bluff' della legge regionale
La bozza nazionale sulle concessioni demaniali sposta l’accertamento della scarsità della risorsa in capo ai Comuni e riapre la partita delle gare. D’Alessandro (Italia Viva): “Nessuna blindatura"
"Adesso il 'bluff' è scoperto. La legge regionale abruzzese che prometteva di blindare gli stabilimenti balneari, dichiarando che la risorsa spiaggia non è scarsa, si scontra con il bando tipo nazionale presentato dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti alla Conferenza Unificata. Non è un dettaglio tecnico: è lo schema che dovrà orientare i Comuni nelle gare per l’affidamento delle concessioni demaniali. E dentro quello schema c’è tutto ciò che la proposta del centrodestra abruzzese provava a nascondere dietro la finzione.
Per settimane la maggioranza regionale ha raccontato ai balneari una cosa semplice e rassicurante: facciamo una legge regionale, dichiariamo che la spiaggia non è una risorsa scarsa e così blocchiamo le gare. Una specie di scudo politico contro la Bolkestein. Una “blindatura” degli stabilimenti. Una promessa buona per i titoli e per le assemblee di categoria. Ma il bando tipo rende evidente che quella promessa non stava in piedi.
Il primo punto è decisivo: l’accertamento della scarsità della risorsa spetta ai Comuni. Non alla Regione con una dichiarazione generale, non a una maggioranza consiliare con una legge-manifesto, non a un comunicato politico. Sono i singoli enti concedenti a dover verificare, prima della pubblicazione dei bandi, se nel proprio territorio vi sia scarsità della risorsa. Il Comune stabilisce se nel suo territorio. Non è che se ci sono spiagge libere a Casalbordino si evitano le gare a Pescara.
La scarsità si valuta Comune per Comune, tratto per tratto, guardando alle concessioni esistenti, alle spiagge libere, alle aree effettivamente utilizzabili, ai vincoli ambientali e paesaggistici, all’erosione, agli accessi pubblici e alla destinazione alla libera fruizione. Se è il Comune a fare il bando, non può certo evitare la gara perché in un altro Comune ci sono spiagge libere.
Il bando tipo non parla solo di scarsità. Stabilisce un percorso: pubblicazione dei bandi almeno sei mesi prima della scadenza dei titoli e comunque entro il 30 giugno 2027; criteri per individuare i lotti; possibilità di riunire più concessioni esistenti in un unico lotto; obbligo di corrispondere gli indennizzi ai concessionari uscenti; regole sul subentro; durata delle nuove concessioni tra cinque e venti anni; criteri di aggiudicazione fondati sull’offerta economicamente più vantaggiosa; prevalenza della qualità dell’offerta tecnica; limiti al peso dell’offerta economica; clausole sociali; requisiti minimi di accessibilità degli stabilimenti.
Ecco la realtà: non c’è nessun “liberi tutti” regionale. Mentre si continua a illudere gli operatori, a Roma è già stato disciplinato quello che succede dopo. Il concessionario subentrante dovrà versare un indennizzo al concessionario uscente, parametrato agli investimenti effettuati e non ancora ammortizzati e a una equa remunerazione degli investimenti compiuti negli ultimi anni. L’indennizzo dovrà essere determinato da una perizia redatta da un professionista, scelto tra nominativi indicati dagli ordini professionali. È una questione tecnica, economica, amministrativa. Non uno slogan da campagna permanente.
Anche sulla durata delle concessioni la bozza è chiara: minimo cinque anni, massimo venti. Una durata variabile, collegata alla qualità del progetto, agli investimenti, alla sostenibilità economica. Non una proroga automatica travestita da tutela. Non una legge regionale che promette di congelare tutto. Una gara, con regole, criteri, punteggi, obblighi e responsabilità.
Se quella legge serviva soltanto a fare una mappatura, allora non blindava nulla. Era propaganda mascherata da norma. Se invece serviva davvero a impedire le gare, allora era giuridicamente fragile, esposta a impugnazioni, censure e contenziosi. In entrambi i casi la promessa fatta ai balneatori non stava in piedi.
Ed è qui che va detta una cosa con chiarezza: non si difendono le imprese balneari raccontando loro ciò che non si può garantire. Non si tutela una categoria promettendo uno scudo che rischia di rompersi al primo controllo giuridico. Non si protegge il lavoro creando aspettative che possono trasformarsi in caos amministrativo. Il rischio vero era ed è questo: spingere i Comuni in una zona grigia, caricare gli uffici comunali di responsabilità enormi, illudere gli operatori che tutto possa restare com’è, e poi lasciare tutti soli quando arriveranno ricorsi, contestazioni e obblighi di adeguamento.
Questa non è difesa del territorio. È scarico di responsabilità. Una politica seria avrebbe fatto l’opposto. Avrebbe detto subito la verità: le gare arriveranno; bisogna lavorare perché siano giuste, equilibrate, trasparenti, capaci di tutelare gli investimenti, le imprese familiari, i lavoratori e la qualità del turismo abruzzese. Avrebbe aiutato i Comuni a prepararsi. Avrebbe costruito competenze tecniche. Avrebbe discusso di indennizzi, clausole sociali, criteri anti-speculazione, accessibilità, durata delle concessioni, continuità dei servizi. Invece si è scelta la scorciatoia: “facciamo una legge regionale e fermiamo tutto”. Ma adesso quella scorciatoia finisce davanti al cartello della realtà.
Il bando tipo dimostra che il cuore della partita non è la propaganda regionale, ma la capacità concreta degli enti concedenti di gestire procedure complesse. Dimostra che la scarsità della risorsa non è un pretesto da usare politicamente, ma un accertamento amministrativo da motivare. Dimostra che la tutela dei concessionari uscenti non passa dalle promesse, ma da indennizzi calcolati, bandi ben scritti, criteri corretti e regole sostenibili.
Il centrodestra abruzzese aveva provato a vendere una narrazione: “noi blindiamo gli stabilimenti”. Oggi quella narrazione si scontra con un fatto: la blindatura non c’è. Ci sono le gare. E allora la domanda è inevitabile: perché si è raccontato ai balneatori che una legge regionale avrebbe potuto risolvere tutto? Perché era più facile. Più facile agitare la bandiera contro la Bolkestein che spiegare la complessità. Più facile promettere una difesa assoluta che costruire una tutela possibile. Più facile cercare consenso che assumersi la fatica della responsabilità.
Ma i balneari non hanno bisogno di illusioni. Hanno bisogno di sapere cosa accadrà davvero. Hanno bisogno di Comuni preparati, regole chiare, indennizzi seri, criteri trasparenti, protezione degli investimenti, tutela dell’occupazione e difesa contro il rischio di concentrazioni speculative. Hanno bisogno di istituzioni che non li usino come platea, ma li accompagnino dentro una transizione difficile".
A firmare la nota è Camillo D’Alessandro, Presidente regionale Italia Viva-Casa Riformista



