“Legami alle comete, come alle code dei cavalli, trascinami, squarciandomi sulle punte delle stelle.”. Vladimir Vladimirovič Majakovskij
Pensioni, entro dieci anni rischio “emergenza sociale“
Unsic avverte che il progressivo passaggio al regime contributivo puro, unito a demografia e trasformazioni del lavoro, potrebbe ridurre sensibilmente le future pensioni
Entro un decennio la situazione previdenziale italiana potrebbe trasformarsi in un’emergenza sociale, secondo l’analisi dell’Unsic, organizzazione datoriale membro del Cnel presieduta da Domenico Mamone. Il dato di partenza è un reddito pensionistico lordo medio di 22.621 euro annui pro capite, cresciuto di circa 400 euro nell’ultimo decennio ma eroso dall’inflazione.
Nel 2025 la spesa pensionistica complessiva ha raggiunto 372,45 miliardi di euro. Secondo l’Osservatorio Inps, al 31 dicembre 2025 i beneficiari delle prestazioni pensionistiche erano 16.405.073, con un reddito da pensione medio per beneficiario di 22.703 euro; la differenza rispetto al dato citato dall’Unsic dipende dalla metodologia e dagli aggiornamenti dei dati.
La crescita degli importi è finora stata sostenuta dalla rivalutazione automatica all’inflazione: la media delle pensioni anticipate si attesta intorno ai 27mila euro annui, quella di vecchiaia a 16.650 euro, mentre superstiti/reversibilità e invalidità previdenziale si fermano rispettivamente a 12.480 e 10.686 euro. Anche l’assegno sociale è salito da 448,07 euro del 2016 agli attuali 546,24 euro.
Il problema, per l’Unsic, emergerà con le nuove pensioni. Il regime “misto”, che combina la parte retributiva maturata prima del 1996 e quella contributiva successiva, sarà sempre più residuale; prevarrà invece il calcolo contributivo puro, introdotto dalla riforma Dini del 1995 ed esteso progressivamente dalla riforma Fornero del 2012. In questo sistema l’importo dipende infatti dai contributi versati e dai coefficienti di trasformazione, più bassi per chi esce dal lavoro a un’età inferiore.
L’Unsic stima che l’impatto sarà più forte nel Mezzogiorno, dove la pensione mensile media è già di circa 350 euro inferiore a quella del Centro-Nord. Sono considerati particolarmente esposti anche i lavoratori che vanno in pensione prima, come i militari, e le donne: gli uomini percepiscono mediamente pensioni più alte di circa 6mila euro annui. L’Inps conferma un divario rilevante tra generi, che nelle pensioni di vecchiaia arriva al 45% in meno per le donne.
“Tra una decina d’anni il regime previdenziale misto, tendenzialmente più favorevole del contributivo puro, sarà residuale e gli assegni pensionistici saranno di conseguenza sempre più leggeri”, spiega Mamone. Secondo il presidente dell’Unsic, a pesare saranno anche la riduzione delle carriere industriali lunghe e stabili, l’aumento del numero dei pensionati e il ruolo delle pensioni come risorsa economica per molte famiglie.
La Lombardia guida la graduatoria con una pensione lorda media di circa 25.500 euro annui, seguita da Bolzano (25.000 euro), Trento (24.500 euro) e Valle d’Aosta (24.800 euro). Chiudono la classifica Calabria, con circa 17.600 euro, Puglia (17.800 euro) e Sicilia (17.900 euro).
| 1 | Lombardia | Circa 25.500 euro
| 2 | Bolzano | Circa 25.000 euro
| 3 | Trento | Circa 24.500 euro
| 4 | Valle d’Aosta | Circa 24.800 euro
| 13 | Abruzzo | Circa 21.500 euro
| 18 | Sicilia | Circa 17.900 euro
| 20 | Calabria | Circa 17.600 euro
L’Abruzzo si colloca al tredicesimo posto, con una media di circa 21.500 euro lordi annui. Il quadro regionale riflette la presenza di molte pensioni da lavoro dipendente e pubblico, soprattutto nelle province dell’Aquila e di Pescara, ma anche una forte incidenza di prestazioni sociali o assistenziali nelle aree interne e rurali.
Per l’Unsic, la combinazione tra assegni futuri più contenuti, carriere meno lineari e pressione demografica rischia quindi di indebolire equilibri sociali già fragili, con il Sud chiamato a pagare il prezzo più alto.




