Riflessioni precarie

Noi, trent'anni, ancora una volta con l'illusione di avere un contratto. Poi, arrivi tu (call center) e il bivio: io o voi?

Riflessioni precarie

RIFLESSIONI PRECARIE  Noi, trent’anni, ancora una volta con l’illusione di un contratto. L’ennesimo. Ancora una richiesta di collaborazione. Il solito team giovane e dinamico. Ovviamente, il tutto, con possibilità di carriera. Sempre se automuniti. Altrimenti prendete l’autobus. Si, ma quando passa? No, mi rifiuto ma poi…no… dai! Quasi, quasi accetto! «Noi le proponiamo di entrare nella nostra azienda in forte espansione. Milleduecentocinquanta euro al mese, minimo, fino a un max di tremila, tremilaottocento euro», mi dice la tipa al telefono. Minchia (penso io)! E allora vorrei chiedere al mio “superiore” che mi interroga per la prima volta: «Mi scusi, come mai allora con questi stipendi da Billionaire cercate collaboratori da almeno 5 anni? Gli stessi anni, tra l’altro, dai quali cerco un lavoro credibile…?». Vorrei anche aggiungere: «Lei non ricorda forse, ma questo è il secondo colloquio che facciamo, e al primo andai via perché le mi disse che se AVREI potuto….». Impari almeno l’italiano prima di pretendere di darmi ordini. G'nurant!

MI CANDIDO AL CALL CENTER. Silenzio assoluto. Mi candido. Login. Password. CV inviato correttamente. Squilla il telefono. +39392565XXX. «Salve, la chiamiamo in merito alla sua candidatura per il nostro call center. Pensavamo di fissarle un colloquio conoscitivo in sede domani mattina alle 10.30. Per lei va bene?». Cazzo che fretta, penso. Ho mandato il curriculum 4 minuti fa… Va beh, con i tempi che corrono (come direbbe mia madre), accetto. Mi presento. Siamo in 25. Conoscitivo di cosa? Io per conoscere una persona impiego moltissimo tempo, figuriamoci per conoscerne 25. Abbozzo. Di nuovo. Per l’ennesima volta. Bestemmio dentro di me e penso mille, anzi duemila, cose. Anzi niente all’improvviso. Sono preda del call center. Il chiacchiericcio è forte e sembra di essere sotto effeto dell’alcol. Studenti fuori sede ammassati in alveari di plexiglass. Operatori telefonici dicono, per darsi un tono. Servi ai padroni (senza nessun colore), direi io. Cinque euro a ora. Per un max di 4 ore al giorno. Venti euro nette.

IL BIVIO: IO O VOI? Cristo, penso, mi rimetto nel giro del "fumo". Guadagno il doppio senza fare nulla. Ma non mi vendo a voi, pidocchi. Ma poi pensi: «Meglio di no, voglio provare. Mi sacrifico». E allora, eccomi. Sono Simone di Telecom Italia, mi scusi per il disturbo. Prima ero stato Simone di Enel Energia. Poi Simone di Equitalia e, ancora prima, Simone di Fastweb. Sono stanco di voi. Oggi voglio essere simone e basta. Mi alzo durante il “corso di formazione”. Il formatore pretende rispetto mi dice. Ma davvero, mi impegno, con tutto il cuore…ma non riesco a darglielo. Crede di formare persone. In realtà forma automi. No grazie. Questa volta no, mi dico. Esco dall’aula tra lo stupore generale. Pensano che sia pazzo. Invece, io mi sento libero. Non voglio essere Simone della vostra compagnia. Sono semplicemente Simone, il figlio di Giulia. Il figlio di Walter.

Dottor Nove

mercoledì 03 ottobre 2012, 15:04

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