La Honda pronta a delocalizzare. Quale futuro per l'Abruzzo?

Rifondazione Comunista lancia l'allarme sul futuro dello stabilimento di Atessa. Centinaia di posti di lavoro sono a rischio

La Honda pronta a delocalizzare. Quale futuro per l'Abruzzo?

LA HONDA PRONTA A SALUTARE L'ABRUZZO: CHIUDE LO STABILIMENTO? “E’ notizia dei giorni scorsi che la Honda di Atessa ha rinunciato ad investire sul sito di Val di Sangro ed in piu’ si paventa l’ipotesi di delocalizzare alcune delle gia’ esigue attivita’ dello stabilimento. Ma e’ bene ricordare che da anni allo stabilimento di Atessa non e’ rimasto che l’assemblaggio, dopo che e’ stata sostanzialmente abbandonata la produzione dei motocicli. Ora, a quanto si apprende, c’e’ il rischio concreto che anche l’assemblaggio dei motori venga fatto altrove. Per la Honda di Atessa siamo di fronte alla cronaca di una ‘morte’ annunciata”. Lo affermano in una nota Marco Fars, segretario regionale di Rifondazione Comunista e Maurizio Acerbo, della segreteria nazionale del partito. “Si tratta – osservano i due esponenti politici – di un esito che noi, come Rifondazione Comunista, avevamo ampiamente previsto, tanto che gia’ dal 2011 denunciammo che non sarebbero stati gli accordi al ribasso per i lavoratori, l’aumento della precarieta’ e le deroghe al Ccnl, a far ripartire le produzioni. Avevamo la sfera di cristallo per prevedere questo esito? No, avevamo parlato con i lavoratori e ci eravamo letti le carte, ed in alcuni accordi si affermava esplicitamente la previsione di una tendenza fortemente negativa dei futuri volumi produttivi. Inutile stupirsi ora o affermare l’ovvieta’ che ‘questa non e’ la strada giusta’. Ripercorrendo le recenti vicende dello stabilimento, si nota chiaramente che non ha funzionato la morbidissima linea sindacale adottata quando Honda, a partire dal 2011 ha messo in serie accordi, anche in deroga al Ccnl, che hanno aumentato vertiginosamente le condizioni di precarieta’ dei lavoratori, con la scusa che quella strada avrebbe restituito competitivita’ allo stabilimento. Alla tendenza fortemente negativa del mercato delle moto, pure sottolineata negli accordi sottoscritti, si e’ aggiunta la chiara volonta’ della proprieta’ di produrre altrove. Ci si e’ forse dimenticati che quando la Honda mostrava la volonta’ di licenziare meta’ del personale ad Atessa, nel frattempo realizzava un nuovo stabilimento in Vietnam? E quindi, ora, di cosa ci si stupisce?”, si chiede Rifondazione. “La vicenda della Honda – si legge ancora nella nota – ha dimostrato che non e’ con la precarieta’ ed i sacrifici dei lavoratori che si esce dalla crisi, ma garantendo loro diritti e salario propri di un lavoro almeno dignitoso, ma che di certo non verranno regalati dalla proprieta’. Piuttosto, ci sarebbe da mettere in piedi strategie per ostacolare le delocalizzazioni produttive, che da anni interessano tutto l’Abruzzo. Ma nonostante gli impegni presi in campagna elettorale, il Pd ed i suoi satelliti, esattamente come gia’ fu per il centrodestra, dimostra di non essere in grado di mettere in campo politiche nemmeno per il mantenimento dei livelli occupazionali. Da un punto di vista sindacale, speriamo, invece, che la storia di questa drammatica vicenda insegni anche la necessita’ di restituire ai lavoratori il protagonismo della lotta, senza la quale diritti e salario saranno sempre piu’ ridotti. Si invertano, allora, le disastrose politiche fin qui seguite. Visto che non si potra’ mai competere con uno stabilimento vietnamita sul costo del lavoro, la strategia confindustriale e governativa di riduzione dei diritti dei lavoratori non funziona, visto che Honda ha ottenuto tutto quel che chiedeva e se ne va lo stesso. E pure la riduzione del danno da parte sindacale (non si ricorda, infatti, alcuna forma di reale mobilitazione sulla vertenza Honda, salvo rare eccezioni) funziona poco. Si apra, percio’, una vertenza forte e larga, capace di mobilitare pure i lavoratori dell’indotto anche non direttamente produttivo. Una vertenza – dicono infine Fars e Acerbo – che punti direttamente al nodo centrale: la necessita’ di una politica economica e industriale che non sia quella fin qui seguita di permettere alle grandi imprese di fare quel che a loro pare”.

Redazione Independent

giovedì 05 novembre 2015, 19:01

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