Crescono gli iscritti alle Telematiche, calano negli Atenei tradizionali

Universita telematiche in crescita, mentre in calo gli atenei tradizionali: la notizia che potrebbe rivoluzionare il futuro della formazione

Crescono gli iscritti alle Telematiche, calano negli Atenei tradizionali

ISCRITTI UNIVERSITÀ: TELEMATICHE IN CRESCITA, CALANO GLI ATENEI TRADIZIONALI. Basti pensare che solo nel 2019, come riporta il Corriere.it, si contava un totale di oltre 110.000 iscritti in queste realtà, 6.977 nuovi immatricolati a fronte dei 283.880 immatricolati nelle università classiche, e un finanziamento da parte del ministero dell’Istruzione che nel 2020 ammontava a 2 milioni di euro per 9 delle 11 università online presenti in Italia (eCampus, UniCusano, Uninettuno, Unimarconi, Mercatorum, San Raffaele, Unitelma Sapienza, UniPegaso, IUL, UniFortunato e UniDav).

Quella degli atenei per via telematica è un’opzione che ha trovato ancora più consensi dopo il lockdown, visto che alcuni studenti non hanno più la possibilità da mantenersi da fuori sede. Non a caso all’inizio di questo anno accademico è stata registrata una notevole perdita di neo-immatricolati nelle università tradizionali.

Proprio per cercare di risolvere questo problema alcuni atenei hanno optato per un sistema misto – chiamato blended – con corsi da tenere in aula, ma anche a distanza, per poter permettere ai ragazzi che vivono in una città diversa da quella della sede originale di continuare a studiare senza doversi preoccupare degli spostamenti e dei relativi costi. Un metodo che veniva adottato ancora prima della diffusione del Covid-19 da alcune facoltà come l’Università di Modena e Reggio Emilia e l’Università degli studi di Catania.

Questa modalità ibrida – così come l’attività delle università telematiche – viene regolata dall’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) ed è considerata tale se l’attività didattica prevede il supporto delle Information Communication Technology per un numero di CFU (crediti formativi universitari) non inferiore al 30% e non superiore al 75% dei CFU totali.

Circa il 60% delle università frontali aveva una pianificazione strategica per la didattica a distanzagià prima della situazione di emergenza sanitaria, mentre solo un terzo delle università aveva a disposizione corsi online. Ci sono inoltre delle grandi differenze anche in base ai corsi di laurea: per esempio la percentuale di didattica online nei settori dell’ingegneria e della scienza è inferiore al 3%, nell’economia si trova intorno al 7%, mentre è più alta negli studi commerciali con il 12%.

L’unico obbligo per le università online riguardava gli esami di profitto, da svolgersi obbligatoriamente in sede, esattamente come quelli degli atenei classici, tuttavia questa modalità è cambiata per entrambe le realtà a causa della pandemia.

Anche se alcuni iscritti alle università tradizionali non erano abituati alla didattica a distanza, sembra che non ci siano stati problemi nello studio: “Stiamo raccogliendo in maniera dettagliata i dati del 2020 e questi ci dicono che il numero di crediti acquisiti dagli studenti, il numero di laureati che ci sono stati, sono in linea con il 2019 che è stato l’anno pre-pandemico […] Quindi malgrado le grandissime difficoltà che abbiamo vissuto dal punto di vista del risultato non ci sono stati arretramenti”, ha dichiarato l’ex ministro dell’Università e della ricerca Gaetano Manfredidurante una videoconferenza dell’Alma Mater a Bologna. La didattica a distanza è davvero il futuro?

Redazione Independent