Conosciamo da vicino il metodo classico Trentodoc

Si tratta di uno spumante metodo classico che non gode ancora della fama che meriterebbe nel novero delle bollicine nostrane

Conosciamo da vicino il metodo classico Trentodoc

CONOSCIAMO DA VICINO IL METODO CLASSICO TRENTODOC. II Trentodoc è uno spumante metodo classico che non gode ancora della fama che meriterebbe nel novero delle bollicine nostrane. Si tratta di un vino che riflette la passione che, in Trentino, anima le cantine locali nella produzione di un metodo classico realizzato senza compromessi e all’insegna della tradizione. Certo è che l’impronta territoriale è molto forte, in virtù del terreno calcareo e della notevole altitudine, che contribuiscono a dare vita a un microclima in cui si manifestano escursioni termiche molto significative. Di certo il Trentodoc merita di essere considerato come un prodotto altamente riconoscibile e di qualità elevata, non privo di peculiarità distintive.

La storia del vino in Trentino

D’altro canto la storia del vino in questo territorio vanta più o meno 5 mila anni: risalgono circa al 3000 avanti Cristo, infatti, le prime testimonianze relative alla vinificazione, il che tra l’altro lascia intuire come già a quei tempi il microclima e il terreno locali fossero idonei per la coltivazione della vite. Per arrivare al Trentodoc, però, è necessario fare un salto nel tempo abbastanza notevole e giungere fino ai primi anni del XX secolo, il periodo in cui Giulio Ferrari iniziò a rendersi conto, grazie a studi approfonditi effettuati in Francia, della somiglianza tra il territorio dello Champagne e le terre da cui proveniva lui. Fu così che ebbe inizio la produzione di spumantistica classica, anche se è solo nel 1993 che è giunto il riconoscimento della denominazione di origine controllata. E non è un riconoscimento qualunque, dato che si parla della prima DOC Metodo Classico del nostro Paese.

Il metodo classico: qualche nozione in più

Noto anche con il nome di Méthode Champenoise, il metodo classico si basa su un processo di produzione che richiede che il vino base venga lasciato a rifermentare in bottiglia una volta che è stato inserito il liqueur de tirage, vale a dire zuccheri selezionati con lieviti.

Perché la rifermentazione

I lieviti nel corso della rifermentazione producono anidride carbonica a seguito dell’assimilazione degli zuccheri: le bollicine non sono altro che quell’anidride carbonica, appunto. Così, i lieviti muoiono e vanno a depositarsi sul fondo. In seguito si procede con la fase di affinamento, nel corso della quale il vino riceve dai lieviti tutte le sostanze delle quali essi si sono nutriti. Come è facile capire, maggiore è la quantità di tempo in cui i lieviti rimangono e maggiore sarà il livello di complessità del vino. Seguendo il disciplinare del Trentodoc, il minimo è di quindici mesi, anche se in pratica non si scende mai al di sotto dei venti, e per una Riserva si arriva a trentasei.

Dopo l’affinamento

Una volta che l’affinamento è giunto a conclusione, la sboccatura permette di eliminare dalla bottiglia i lieviti esausti. Se non si aggiunge nient’altro, la bottiglia viene chiusa e si ha un Dosaggio Zero, o Pas Dosé; se si aggiunge il liqueur d’expedition, invece, il nome cambia in funzione del residuo zuccherino previsto.

Come cambia il metodo classico a seconda del residuo zuccherino

Nel caso in cui il residuo zuccherino sia inferiore a 6 grammi per litro si parla di Extra Brut; si ha a che fare con un Brut, invece, quando il residuo non supera i 15 grammi per litro. Ancora, un residuo zuccherino superiore ai 12 grammi per litro ma inferiore ai 17 dà vita a un Extra Dry, mentre quando il valore va da un minimo di 17 a un massimo di 32 il vino viene definito Dry. Infine ci sono il Demi Sec e il Dolce, quando il residuo zuccherino è rispettivamente compreso tra 33 e 50 grammi per litro o superiore a 50 grammi per litro.

Redazione Independent 

mercoledì 16 dicembre 2020, 17:28

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