CONFESSIONI DI UN GIOVANE AVVOCATO

Dipendenti con la Partita Iva, autonomi ma poveri, precari in giacca e cravatta: ecco l'identikit del legale abruzzese

CONFESSIONI DI UN GIOVANE AVVOCATO

I “DOLORI” DI UN GIOVANE AVVOCATO - Anni di studio “matto e disperatissimo” per conseguire l’ambita laurea in giurisprudenza. Poi due anni di praticantato, rigorosamente gratuito. Infine lo scoglio dell’esame di stato da superare, cosa per nulla scontata, specie al primo tentativo. Solo dopo questo lungo ed accidentato percorso, in media alla tenera età di 30 anni, per il giovane avvocato si aprono finalmente le porte della professione. Per forza di cose ci si arriva,
di solito, ancora mantenuti dai propri genitori, ma con la grande speranza di iniziare finalmente ad assaporare soddisfazioni e guadagni, rimasti finora latitanti. Ma, a meno di non avere un posto già in caldo nello studio di famiglia o di qualche parente, ci si trova ben presto proiettati in una realtà professionale desolante, che riserva un futuro assai incerto per i neoavvocati.

DIPENDENTI CON LA PARTITA IVA - Si può provare, infatti, ad entrare, dalla “porta di servizio”, in uno studio legale già avviato, al completo servizio di un benevolente collega che ti concede,
previa colloquio e senza alcuna garanzia di continuità, il privilegio di svolgere parte delle sue attività professionali (naturalmente, le più “rognose”). Si tratta di una sorta di continuazione della pratica legale, svolta però a ritmi serratissimi: le giornate si succedono tra mattinate fatte
di corse in autostrada, per raggiungere sperdute udienze mattutine, e laceranti file in cancellerie sempre più sguarnite di mezzi e di personale; lunghissimi pomeriggi passati a scrivere atti ed a cercare sentenze, conclusi con estenuanti “riunioni serali”; nottate fatte di sonni agitati da scadenze di atti e da rinvii pluriennali delle cause. Il tutto, naturalmente, accompagnato da una sottile, ma insistente, “ansia da prestazione”, ed a fronte di guadagni assai esigui (un
misero “fisso”, di solito sui 400, 500 euro al mese, spese incluse). In fiduciosa e pazientissima attesa, prima o poi, di qualche spazio professionale autonomo (tradotto, che ti venga magnanimamente passato qualche cliente). Possibilmente prima che sopraggiunga un’ulcera o un infarto.

AUTONOMI MA POVERI - L’alternativa, sennò, rimane quella di cercarsi uno spazio dove poter esercitare in modo autonomo la professione. In questo caso, però, il primo inconveniente sono
i costi da affrontare: a quelli fissi, da sostenere per poter esercitare la professione (quali l’apertura della partita IVA, l’iscrizione all’Ordine degli Avvocati ed alla Cassa Forense, la stipulazione, quanto meno, dell’assicurazione professionale obbligatoria), si devono aggiungere le ingenti spese di affitto e di gestione di uno studio legale. Bisogna, poi, cercare di tenersi “competitivi” mediante l’acquisto di testi e l’aggiornamento dei codici, l’abbonamento a riviste giuridiche ed a banche dati, nel disperato tentativo di riuscirsi a districare tra le infinite leggi e regolamenti che regolano, come scatole cinesi, innumerevoli istituti giuridici. Trovando naturalmente il tempo di partecipare ad “interessantissimi” corsi (i più a pagamento), necessari
per conseguire i crediti richiesti dall’Ordine per la formazione obbligatoria,
pena sanzioni disciplinari.

AVVOCATI SI’, MA I CLIENTI? - L’altro inconveniente è il rischio di iniziare l’attività senza una base di clientela, ipotesi resa assai probabile da spazi professionali sempre più congestionati (nel solo Foro di Pescara ci sono più di 1.500 avvocati iscritti all’Ordine, in tutto l’Abruzzo sono quasi 6.000 !!!!). Spazi ulteriormente ristretti da recenti provvedimenti legislativi, che hanno
previsto il risarcimento diretto in ambito assicurativo e la mediazione civile obbligatoria, oltre che il generale aumento dei “costi di giustizia”. Ed anche se si riesce, tra la giungla dei tanti ed “affamati” colleghi, a trovare propri clienti (il più delle volte parenti ed amici), bisognerà comunque attendere
pazientemente l’esito di infiniti processi civili, che durano in media 6 anni (tra 1° grado ed appello), per ottenere l’agognato compenso. Senza considerare che, il più delle volte, il giovane legale si trova persino costretto ad anticipare, per la parte che rappresenta, i costi dell’intero procedimento (iscrizioni a ruolo, contributi unificati, notifiche, ecc.), visto che, a differenza dei grandi studi legali, non può certo permettersi di richiedere al cliente cospicui acconti e lauti fondi spese.

PRECARI IN GIACCA E CRAVATTA - Un duplice scenario, dunque, per nulla rassicurante per un giovane avvocato che si affaccia, già trentenne e senza un contributo versato, in un mondo professionale dominato dalla gerontocrazia, che lascia solo le briciole ai nuovi iscritti. Dovrà presto adattarsi ad una condizione di costante precarietà, che lo accompagnerà per diversi anni della propria vita, non solo professionale; con il timore, oltretutto, di non riuscire a raggiungere la fatturazione minima annuale (15.000 € circa) richiesta come requisito per poter rimanere iscritti all’Albo degli Avvocati ed alla Cassa Forense. Dovrà inoltre abituarsi, suo malgrado, a vivere alla giornata, quale novello precario in giacca e cravatta, nella intima consapevolezza, comunque, che, prima o poi, il mutuo della casa da pagare o l’ennesimo rincaro della benzina gli daranno il definitivo colpo di grazia. Ma sarà un momento quasi liberatorio, catartico, comunque la fine di un processo pressoché inevitabile.

Franziki

 

sabato 17 dicembre 2011, 16:16

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